Giurisprudenza IMUIMUPrimo Piano

IMU – Accertamento con rettifica rendita solo con motivazioni puntuali e dettagliate

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SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La controversia ha per oggetto l’avviso di accertamento con il quale la I Care Srl, società in house del Comune di Viareggio, ha disposto il recupero dell’IMU per l’anno 2013 sull’immobile detenuto dalla Soc. M. T. di L. F. & C. Sas in forza di concessione demaniale. Più precisamente, in data 19.12.2018 la M. T. Sas riceveva l’avviso di pagamento IMU n. XX1, con il quale la I Care Srl richiedeva, a titolo di IMU per il 2013 sui beni oggetto della menzionata concessione demaniale, il pagamento dell’importo di E. 22.568,00 (oltre a sanzioni, interessi e spese di notifica), liquidato assumendo a base di calcolo, anziché la rendita catastale pari a E. 4.605,00 (frutto di una pregressa conciliazione) quella presunta dalla Viareggio Patrimonio nel 2012.
Ritenendo illegittimo l’operato dell’Amministrazione, la M. T. Sas impugnava il suddetto avviso di accertamento innanzi alla CTP di Lucca per i seguenti motivi:
1. difetto di legittimazione e carenza di potere della I Care Srl poiché priva di delega e/o incarico da parte dell’organo straordinario di liquidazione (OSL) del Comune di Viareggio, nominato a seguito del dissesto di quest’ultimo, unico competente ex lege (artt. 245 e ss., TUEL) alla ricognizione e gestione delle entrate dell’Ente locale riconducibili al periodo ante 31.12.2013;
2) ancora difetto di legittimazione e carenza di potere della I Care Srl per violazione e/o falsa applicazione dell’art. 14, comma 6, d.lgs. 175/16;
3) violazione e/o falsa applicazione dell’art. 13, DL 201/11 e dell’art. 1, co. 337, L 311/04, nonché travisamento dei fatti e difetto d’istruttoria in relazione all’errore compiuto nell’aver assunto a base del conteggio del tributo richiesto la rendita presunta dalla Viareggio Patrimonio nel 2012 (E. 32.755,36) e non quella corretta (E. 4.605,00) fissata dal Catasto;
4) carenza di motivazione, poiché l’avviso gravato non giustificava minimamente l’operato della Società procedente, limitandosi ad asserzioni del tutto generiche.
Si costituiva in giudizio il Comune di Viareggio (tornato alla gestione diretta dell’Ente locale), prendendo posizione sulle contestazioni formulate dalla comparente e confermando l’operato della propria partecipata.
I giudici di prime cure con a sentenza n. 2/2/20 accoglievano la richiesta del contribuente condividendo il secondo motivo di ricorso e, dichiarato l’assorbimento degli altri, disponevano la compensazione delle spese.
Contro la sentenza il Comune di Viareggio ha proposto appello avverso la sentenza, teso a contestare l’interpretazione del Giudice di prime cure del cit. art. 14, comma 6, d.lgs. 175/16.
Ritiene l’Ente che la disposizione su cui poggia la motivazione della sentenza in esame sia sopravvenuta rispetto all’affidamento del servizio ad I Care S.r.l., talché non poteva ritenersi produttiva di effetti nel caso che ci occupa. In particolare, la norma invocata dai Giudici di prime cure è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale l’8 settembre 2016 ed è entrata in vigore il 23 settembre 2016, mentre il fallimento della Viareggio Patrimonio S.r.l. è stato dichiarato in data 11.09.2015 e la definitiva approvazione dell’affidamento del servizio di riscossione tributi ad I Care S.r.l. era avvenuto in data 8 giugno 2016 (cfr. delibera G.C. n. 173/2016).
La mancanza di una qualsivoglia disciplina transitoria relativa all’art. 14 d.lgs. n. 175/2016 imporrebbe di ritenere che, per essa, il disporre unicamente per l’avvenire in conformità ai principi generali si traduce nella inapplicabilità della norma stessa, sia con riferimento agli affidamenti di servizi pubblici già perfezionati prima della entrata in vigore del decreto stesso, sia con riferimento al mantenimento di partecipazioni in società in house resesi destinatarie di servizi prima della sua emanazione. Invero, se il divieto di mantenere partecipazioni di cui all’art. 14, comma 6 d.lgs. n. 175/2016 fosse applicabile anche ai servizi già affidati a società in house al momento della sua pubblicazione, mancando qualsivoglia disciplina transitoria gli Enti interessati avrebbero dovuto cedere le loro partecipazione nei 15 giorni intercorrenti tra l’apparizione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto e la sua entrata in vigore, ma ciò sarebbe radicalmente precluso dallo stesso Decreto Madia che, infatti, al suo art. 10 ricorda che le alienazioni delle partecipazioni societarie da parte della PA devono avvenire “nel rispetto dei principi di pubblicità, trasparenza e non discriminazione”: rispetto che certo non potrebbe essere soddisfatto nell’ambito di una procedura di evidenza pubblica che debba iniziare e concludersi nel giro di 15 giorni.
Ma vi sarebbe di più in quanto, come anticipato, quand’anche per mera e denegata ipotesi la norma in questione fosse stata applicabile ratione temporis al caso di specie, la relativa violazione non sarebbe mai comunque risultata idonea a determinare l’illegittimità degli atti emessi dalla società in house cui venga affidato un servizio già in precedenza affidato a una diversa società in house fallita meno di cinque anni prima. Tale norma, come è evidente, non si presta a incidere sui poteri della società in house incaricata dello svolgimento di un servizio, bensì esclusivamente sulla responsabilità dell’ente pubblico che glielo ha affidato in modo ritenuto dalla norma “imprudente”. Chiara sarebbe in tal senso l’indicazione circa l’esclusiva attinenza delle norme in materia di partecipazioni societarie e crisi d’impresa alla sola sfera della responsabilità dell’ente pubblico partecipante è fornita dallo stesso decreto Madia il quale, con riferimento agli obblighi di revisione delle partecipazioni per i quali prevede una sanzione espressa (artt. 20 e 24) stabilisce esclusivamente le conseguenze della sanzione amministrativa nonché della responsabilità contabile per i funzionari (art. 20, comma 7), oltre alla preclusione all’esercizio dei diritti societari (art. 24, comma 5): mai vengono adombrate, per fattispecie di questo genere, conseguenze sul piano della legittimità degli atti compiuti dalla partecipata.
All’evidenza, pertanto, per i casi per i quali il decreto neppure prevede una sanzione espressa (come quello relativo alla crisi d’impresa, su cui pare concentrarsi il primo motivo di ricorso avversario), a maggior ragione non potranno prevedersi conseguenze maggiormente gravose di quelle previste per i casi più gravi espressamente disciplinati ma, analogamente, potranno concepirsi unicamente conseguenze sul piano della responsabilità disciplinare ed eventualmente amministrativa dei funzionari inadempimenti.
Ma vi sarebbe ancora di più, in quanto, anche a voler per un momento ritenere che il requisito organizzativo/societario di cui all’art. 14, comma 6 del d.lgs. n. 175/2016 sia di per sé idoneo a incidere sulla validità degli atti emessi dalla partecipata incaricata dello svolgimento di un certo servizio, comunque la conseguenza dell’annullabilità dell’atto non si produrrebbe nel caso dell’atto oggetto del presente giudizio. Invero, l’atto impugnato è un atto della riscossione a contenuto integralmente vincolato e necessitato. Quando esso fosse per qualche motivo ritenuto illegittimo sotto il profilo considerato, esso dovrebbe comunque essere riemesso con il medesimo identico contenuto al netto dell’emendazione dell’eventuale vizio formale. In conseguenza di ciò, tornerebbe in ogni caso palesemente applicabile al caso di specie il principio stabilito dell’art. 21-octies, comma 2 della l. n. 241/1990, secondo cui “non è annullabile il provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento o sulla forma degli atti qualora, per la natura vincolata del provvedimento, sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato”.
Costituitasi nel giudizio di appello la società appellata rileva che la prosecuzione del servizio tributi da parte della I Care fosse contra legem e correttamente la CTP ha ritenuto illegittimo l’avviso di accertamento emesso nel 2018 dalla medesima società, essendo «venuta meno la possibilità di mantenere l’affidamento in base alla citata norma» e, di conseguenza, «… la legittimazione della società a emettere gli atti impositivi».
Avuto riguardo alla nota questione relativa all’applicazione dell’art. 14, comma 6, d.lgs. 175/16 al caso di specie si ribadisce che essa non ha nulla a che fare con la retroattività: il Comune di Viareggio, entrata in vigore detta disposizione, avrebbe dovuto provvedere a riorganizzare il servizio di gestione dei tributi per conformarsi al divieto sopravvenuto.
Proprio l’assenza di una disciplina transitoria sul punto implica l’immediata applicabilità della previsione anche a casi in cui – come quello di cui si discute – l’affidamento del servizio alla “seconda partecipata” (dopo il fallimento della “prima affidataria”) abbia preceduto l’entrata in vigore del divieto.
Si ritiene poi sia fuorviante e pretestuoso prospettare, la necessità, per ottemperare al divieto in parola, di programmare, indire ed espletare una procedura di alienazione della partecipazione societaria: sarebbe stato sufficiente, e doveroso, per l’Ente locale riprendere a gestire il servizio in via diretta e soltanto eventualmente affidarlo dopo a terzi, con procedura a evidenza pubblica; una volta recuperata la gestione diretta, non sarebbe stato necessario alienare alcunché.
Parimenti infondata sarebbe, poi, la tesi dell’ente, secondo cui, in ogni caso, l’applicabilità al caso di specie dell’art. 14, comma 6, più volte citato non potrebbe comportare l’illegittimità degli atti emessi dalla società partecipata.
Inconferente, inoltre, è il richiamo, operato da controparte, all’art. 21 octies, L 241/90: l’avviso di accertamento non può configurarsi come atto vincolato e ciò rende di per sé inapplicabile al caso che ci occupa la previsione di legge invocata dall’appellante; quand’anche si trattasse di atto vincolato, a ogni modo, il difetto di legittimazione di I Care alla relativa emissione non sarebbe riconducibile ai vizi contemplati dal cit. art. 21 octies (violazione di norme sul procedimento e mancanza di un requisito di forma), integrando, invece, la carenza di potere; quest’ultima, peraltro, non determina semplice annullabilità, bensì nullità dell’atto emanato.
Infine, l’affidamento ad I Care del servizio di gestione dei tributi è stato affidato prima dell’entrata in vigore dell’art. 14, comma 6, d.lgs. 175/16 ed era dunque legittimo al momento della relativa determinazione.
Ribadisce poi la società appellata che l’avviso di accertamento impugnato è illegittimo anche per gli altri tre motivi formulati con il ricorso, che in questa sede si ripropongono.
1) Violazione e/o falsa applicazione degli artt. 245 e seguenti, TUEL – Difetto di legittimazione della I Care Srl – carenza di potere – difetto di legittimazione del soggetto indicato nell’atto impugnato quale “funzionario responsabile dei tributi”.
2) Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 13 del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito in legge 22 dicembre 2011, n. 214 e successive modifiche – Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1, comma 337 della legge 30 dicembre 2004, n. 311 – Travisamento dei fatti – Difetto d’istruttoria.
3) Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 13 del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito in legge 22 dicembre 2011, n. 214 e successive modifiche – Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1, comma 162 della legge 27 dicembre 2006, n. 296 – Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 7 della legge 27 luglio 2000, n. 212 – Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 3 della legge 7 agosto 1990, n. 241 – Carenza di motivazione.
L’avviso di accertamento in parola non giustifica minimamente l’operato della Società procedente, recando soltanto la seguente, laconica “motivazione”.
Propone il Comune ulteriori memorie difensive. Segnatamente, con il primo motivo, l’odierna appellata aveva contestato la legittimazione di I Care s.r.l. ad esercitare le funzioni connesse all’affidamento del servizio di gestione dei tributi locali per conto del Comune di Viareggio, sostenendo che tali funzioni avrebbero dovuto essere intestate, nel periodo in cui fu emesso l’avviso de quo, all’Organo straordinario di liquidazione. Trattasi di rilievo privo di pregio. Come anche parte appellata ammetterebbe l’Organo straordinario di liquidazione non è un Ente dotato di autonoma soggettività giuridica cui l’ordinamento intesta la titolarità dei potere autoritativi, amministrativi e tributari propri dell’Ente, ma appunto solo un organo (di nomina ministeriale) interno all’Amministrazione comunale, che resta l’effettiva titolare di tutti i poteri connessi la gestione dei tributi locali, ivi compreso quello di affidare la stessa ad una propria società in house: come difatti accaduto nel caso che qui ci occupa. Con l’atto del 14/12/2016, tale Organismo ha comunque confermato la legittimazione di I Care in relazione ai crediti tributari di sua competenza (doc. 1 primo grado).
Per quanto attiene al terzo motivo del ricorso originariamente proposto dall’appellata, e volto a censurare la fondatezza della pretesa impositiva dedotta nell’avviso impugnato in virtù di una erronea determinazione della rendita catastale del fondo oggetto di accertamento, deve anzitutto essere evidenziato come appaia arduo sostenere che un atto di conciliazione stipulato non dall’odierna appellata bensì dal Sig. L., nei confronti non della società che ha emesso l’atto impugnato (I Care s.r.l.) ma di una distinta società (Viareggio Patrimonio s.r.l.) e avente ad oggetto un tributo differente (ICI) rispetto a quello oggetto di causa (IMU), possa vincolare l’Ente impositore nella determinazione della rendita catastale da assumere come base per il calcolo dell’imposta dovuta.
Infine, privo di pregio è il quarto motivo di ricorso, in quanto la parte motiva dell’avviso impugnato, seppur sinteticamente, riporta tutti gli elementi necessari per ricostruire le ragioni della pretesa tributaria e, atteso il carattere estremamente schematico del regime IMU (fondato sul dualismo debenza tributo/esenzione), si rivela senza dubbio in grado di svolgere la sua funzione di rendere noto al contribuente l’iter logico giuridico seguito dall’Ente impositore nello svolgimento della propria attività di accertamento, in modo tale da consentire a questi di esercitare compiutamente il proprio diritto di difesa: come difatti è avvenuto nel caso de quo.

MOTIVI DELLA DECISIONE

L’appello non merita accoglimento.
Ritiene questo giudice che la società I Care, legittimata a svolgere l’attività di accertamento per l’esercizio in contestazione, non abbia adeguatamente motivato il proprio provvedimento.
Ed infatti, mentre avuto riguardo alla questione relativa all’affidamento del servizio di accertamento e/o riscossione alla società in house, il collegio ribadisce quanto già affermato in precedenti pronunce da questa stessa Corte, sottolineando come, in assenza di una disciplina transitoria per le norme del decreto Madia relative “alla regolamentazione della crisi dell’impresa pubblica di cui all’art. 14 del d.lgs. 175/2016“, le previsioni in esso contenute possono applicarsi soltanto a fattispecie integralmente verificatesi dopo l’entrata in vigore delle norme stesse; ciò, in particolare, in quanto l’obbligo di adeguamento degli statuti alle previsioni del decreto (art. 26 del d.lgs. n. 175/2016) non può intendersi riferito alla disciplina degli assetti partecipativi, che non attengono all’adeguamento degli statuti, e in quanto le norme relative alla revisione delle partecipazioni (artt. 20 e 24) si riferiscono a fattispecie specifiche nelle quali non è inclusa quella qui d’interesse dell’art. 14, comma 6; nel merito ritiene, invece, che la richiesta del Comune non possa essere accolta.
L’avviso di accertamento in parola, infatti, non giustifica minimamente l’operato della Società procedente, recando soltanto la seguente motivazione: «Dal controllo delle dichiarazioni IMU presentate dal contribuente, dalla verifica della rendita/e catastale dell’immobile/i riportato nel presente avviso e dei versamenti IMU risultanti a questa società incaricata della riscossione, si rileva che il versamento dell’importa per l’anno oggetto di accertamento risulta inferiore a quello dovuto nella misura sopra indicata».
In una situazione come quella che ci occupa, in cui, in luogo di una rendita iscritta in catasto pari ad E. 4.605.00 l’ente pretende di fondare la propria pretesa su una rendita presunta pari ad E. 32.755,36 è, infatti, del tutto evidente, che la motivazione sopra riportata non possa in alcun modo ritenersi adeguata.
Ed innanzitutto, in primo luogo, non è dato comprendere sulla base di quali norme e di quali elementi fattuali l’ente locale abbia ritenuto di poter disattendere il valore attribuito all’immobile in catasto. In secondo luogo, poi, in nessun modo, è dato ricostruire per quale motivo il Comune abbia ritenuto di potersi distaccare dal valore ufficiale attribuito in catasto per procedere con una nuova e così importante rivalutazione nei confronti di un immobile che ha mantenuto intatti negli anni destinazione e caratteristiche.
È evidente, infatti che la rettifica della rendita catastale di un immobile, specie quando si pretende di attribuire una rendita ed una categoria catastale sensibilmente diverse da quelle già attribuite, debba muovere da un procedimento ben preciso che porti all’adozione di un provvedimento con motivazioni puntuali e dettagliate e, quando necessario, anche a seguito dell’effettuazione di un sopralluogo, pena la nullità dell’atto di rettifica.
Nel caso che ci occupa ciò non è accaduto. Il Comune, invero, ha provveduto alla rettifica della rendita catastale di propria iniziativa senza coinvolgere l’Agenzia delle Entrate che avrebbe certamente dovuto effettuare almeno un sopralluogo e in aggiunta senza fornire una motivazione adeguata così da rendere evidenti le ragioni della rettifica e quelle della rideterminazione che, lo si ripete, non può avvenire in modo arbitrario da parte dell’Ente locale.
La modifica della rendita catastale, infatti, se non è modificata su istanza della parte privata, può essere conseguenza solamente di un procedimento avviato dall’ente competente in sede di autotutela al fine di correggere errori preesistenti, oppure per tenere conto di elementi nuovi. L’iniziativa, però, lo si ripete, può essere unicamente dell’Agenzia delle Entrate la quale, specificati i dati oggettivi del classamento e le differenze rispetto alla rettifica effettuata, deve informare il contribuente fornendo una motivazione anche a seguito di una valutazione tecnica così da consentire al contribuente la piena difesa e l’esercizio delle sue ragioni.
La mancanza di una procedura in tal senso e in ogni caso l’assoluta carenza di motivazione sul punto rendono inevitabilmente illegittimo il provvedimento impugnato e, di conseguenza, impossibile applicare la differente imposizione.
Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

Respinge l’appello. Condanna il Comune di Viareggio al pagamento delle spese di giudizio che liquida in E. 1.000 (euro mille) oltre IVA e CAP nella misura di legge.