Giurisprudenza IMUIMUPrimo Piano

IMPI – Stima delle piattaforme petrolifere solo in base ai valori contabili

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Massima:

La determinazione del tributo per le piattaforme petrolifere non può avvenire in forma diretta, ma esclusivamente in base ai valori contabili. Trova applicazione il comma 746 dell’art. 11 della legge n. 160 del 2019 in base al quale per i fabbricati classificabili nel gruppo catastale D, non iscritti in catasto, interamente posseduti da imprese e distintamente contabilizzati, fino al momento della richiesta dell’attribuzione della rendita il valore è determinato, alla data di inizio di ciascun anno solare ovvero, se successiva, alla data di acquisizione, secondo i criteri stabiliti nel penultimo periodo del comma 3 dell’art. 7 del decreto-legge 11 luglio 1992, n. 333 applicando i coefficienti ivi previsti, da aggiornare con decreto del Ministero dell’economia e delle finanze. E’ solo a questo valore contabile che si deve far riferimento per determinare la base imponibile delle piattaforme marine ai fini IMPI, senza la possibilità di scomputare la parte impiantistica. Per le piattaforme marine soggette a IMPI non può ritenersi applicabile la normativa sugli imbullonati che riguarda esclusivamente il procedimento per la determinazione della rendita catastale degli immobili a destinazione speciale e particolare, censibili nelle categorie catastale dei gruppi D ed E, mentre le piattaforme in esame non sono suscettibili di accatastamento ( Risoluzione del Ministero dell’economia e delle finanze n. 8/DF del 16 dicembre 2020 , relativa all’interpretazione dell’ art. 38, comma 1, del decreto legge n. 124 del 2019 , in materia di IMPI).

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Il Comune di Pineto emetteva avvisi di accertamento TASI per gli anni 2016, 2017, 2018 e 2019 nei confronti della E. s.p.a., per un importo di euro 334.319,20, in relazione alla titolarità delle piattaforme petrolifere offshore denominate “N.”, “E.” e “C.” nonché alla contitolarità (con E.I. s.p.a.) della piattaforma denominata “S.”, tutte installate nel mare territoriale prospiciente la costa del Comune di Pineto. 2.Avverso tali avvisi proponeva ricorso la società deducendo:A) “violazione dell’accordo conciliativo e dell’ art. 48, d.lgs. n. 546 del 1992 , ovvero dell’ art. 2, comma 3, del d.lgs. n. 218 del 1997 “; in particolare, l’art. 3 di tale accordo avrebbe stabilito che le piattaforme “”non fossero da tassare salvo eventuali future modifiche alla disciplina normativa applicabile che definiscano in maniera incontrovertibile la debenza del tributo”; B) “nel merito. L’ art. 1 comma 21 della legge n. 208 del 2015 stabilisce che dal 2016 gli impianti non sono tassabili. Peraltro, la normativa sopravvenuta in tema di piattaforme (che ha istituito il nuovo tributo IMPI), operativa dal 2020, conferma che, per i periodi anteriori, l’IMU non era dovuta; analoghe indicazioni provengono dalla disciplina sui rigassificatori”; C) “carenze del potere di imposizione del Comune di Pineto sulle piattaforme accertate”;D) “carenza del presupposto oggettivo per l’applicazione dell’imposta”; E) “esenzione delle piattaforme”, in quanto le stesse non andrebbero accatastate nella categoria D/7, ma in E/3, e sarebbero pertanto esenti da IMU; F “La recente giurisprudenza di merito, nel negare l’assoggettamento ad Ici ed IMU delle piattaforme, evidenzia le lacune e gli errori in cui incorrono le sentenze della cassazione del 2016 n. 3318,155509 e 15510”; G) vizio di motivazione; I) in via di subordine: non debenza delle sanzioni. 3. La Commissione tributaria provinciale di Teramo rigettava quasi integralmente il ricorso, rilevando che l’accordo conciliativo riguardava esclusivamente il contenzioso pendente tra le parti e non le controversie introdotte successivamente. Inoltre, il nuovo tributo IMPI, introdotto dall’ art. 38 del decreto-legge 26 ottobre 2019, n. 124 , non comportava che le piattaforme offshore godessero in precedenza di un regime di totale esenzione dalle imposte patrimoniali immobiliari vigenti all’epoca. Quanto al merito, la CTP rilevava che, in applicazione del criterio della prospicienza, il punto di costa più vicino alla piattaforma ricadeva nel comune di Pineto, nel cui ambito insistevano le condotte le strutture fisse a terra collegata alla piattaforma. Ravvisava che, in ossequio alla pronuncia della Corte di cassazione n. 13794 del 2005, il territorio nazionale comprendeva anche il mare territoriale, per cui non era configurabile una porzione di territorio nazionale cui non potessero coesistere, oltre al potere dello Stato, anche i poteri dell’autorità regionali e locali. Inoltre, i beni infissi nel fondo del mare territoriale erano equiparabili a quelli del demanio marittimo in base all’ art. 29 del codice della navigazione , come ritenuto dalla Corte di cassazione con sentenza n. 3618 del 2018. Aggiungeva che le piattaforme petrolifere, proprio per la peculiare struttura, rientravano tra i beni immobili, in quanto stabilmente assicurate al suolo demaniale marino. Non esisteva una relazione tra iscrizione in catasto ed imponibilità, come confermato dall’ art. 5 del d.lgs. n. 504 del 1992 , in base al quale per gli immobili non iscritti in catasto, ed in particolare per quelli classificabili nel gruppo catastale D), il valore imponibile era determinato secondo i criteri contabili. Tali piattaforme non potevano rientrare nella categoria E/3 ossia nel gruppo degli immobili a destinazione particolare e più precisamente nell’ambito delle costruzioni e fabbricati per speciali esigenze pubbliche. Invero, tali piattaforme erano da classificare nella categoria D/7, svolgendosi operazioni qualificabili quali attività industriali (trattamento preliminare degli idrocarburi). Neppure applicabile era l’ art. 1 comma 728 della legge n. 205 del 2017 , in tema di rigassificatori, avendo la norma carattere interpretativo, con esclusione di applicazione analogica. L’avviso di accertamento poi recava, sia pure in modo schematico, i presupposti di fatto ed i riferimenti normativi poste a base della pretesa. Trovavano applicazione peraltro le disposizioni del relativo regolamento comunale che, quale atto normativo, si presumeva giuridicamente conosciuto dal destinatario dello stesso. La società non aveva poi contestato specificamente i conteggi effettuati dal Comune, non avendo provveduto ad allegare un proprio conteggio di parte depurato dai denunciati errori contabili. La CTP accoglieva il motivo di impugnazione relativo alle sanzioni, tenendo conto della obiettiva incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione della normativa nazionale. 4. Avverso tale sentenza proponeva appello principale la società. 5. Si costituiva con controdeduzioni il Comune di Pineto, proponendo anche appello incidentale in riferimento alle sanzioni. 6. All’udienza del 24 gennaio 2024 la corte di giustizia tributaria di 2º grado dell’Aquila tratteneva la causa in decisione, procedendo successivamente al deposito della motivazione. MOTIVI DELLA DECISIONE 1. Con il primo motivo di impugnazione la società deduce: A) “sul punto n. 7 della sentenza, relativo al vizio di motivazione”. In particolare, la sentenza della CTP non coglie l’essenza della doglianza del vizio di motivazione; non si poteva comprendere, infatti, dall’avviso di accertamento, né cosa si era tassato (la piattaforma in senso proprio o anche altro, come diritti di coltivazione, sea lines, pozzi sottomarini) né quale metodo di determinazione della base imponibile ai fini IMU-TASI era stato adottato in relazione alla piattaforma o ad altri elementi estranei alla stessa. Il Comune aveva utilizzato i dati contabili dell’E., includendovi però molteplici voci, anche estranee alla nozione di piattaforma marina e comunque a quella di fabbricato, che non figuravano invece nelle voci utilizzate dalle parti in occasione della precedente conciliazione relative periodi di imposta 1993-2015. Il richiamo al regolamento IMU del Comune di Pineto nulla aggiungeva rispetto alla legge. 2. Con il decimo motivo di impugnazione, che si inserisce qui per la stretta correlazione con il motivo precedente, la società appellante censura la sentenza di prime cure in questo modo: “sul punto n. 1 della sentenza, sugli effetti dell’accordo conciliativo in relazione ai periodi successivi al 2015”, vi sarebbe stata la violazione dell’accordo conciliativo ovvero dell’ art. 2, comma 3, del d.lgs. n. 218 del 1997 . In realtà, l’art. 3 di tale accordo prevedeva che le piattaforme non fossero da tassare “salvo eventuali future modifiche alla disciplina normativa applicabile che definiscano in maniera incontrovertibile la debenza del tributo” ma dopo il 2016 non erano intervenute norme nuove. Il Comune di Pineto avrebbe dunque rinunciato all’accertamento relativo ai periodi successivi al 2015. Tale accordo, dunque, avrebbe prodotto anche gli effetti dell’accertamento con adesione, ai sensi dell’ art. 2, comma 3 del d.lgs. n. 218 del 1997 , divenendo “intoccabile “. Il Comune, dunque, avrebbe ricevuto il pagamento dell’IMU per i periodi antecedente al 2016, ma con il “controbilanciamento” relativo alla inconfigurabilità del presupposto impositivo in relazione agli stessi cespiti per gli anni di imposta 2016 in avanti. 2.1. I motivi primo e decimo, che vanno trattati congiuntamente per strette ragioni di connessione, sono infondati. 2.2. Leggendo il contenuto dell’accordo di conciliazione si comprende che la transazione ha avuto ad oggetto esclusivamente i tributi Ici ed IMU relativi agli anni 1993-2015, lasciando il Comune libero di determinarsi in ordine ai tributi relativi agli anni successivi. 2.3.Ciò emerge chiaramente dalla lettera I dell’accordo ove si legge che “alla luce della vincolatività e della irretrattabilità dei principi di diritto fissati dalla richiamata sentenza della suprema corte, recepito anche dalle successive sentenze della suprema corte nn. 19509/2016 e 19510/2016, E.ni S.p.A….pur non condividendo alcuni passaggi argomentativi della decisione, si è determinata ad addivenire ad una composizione stragiudiziale di tutto il contenzioso in essere con il Comune di Pineto, riconoscendo l’assoggettabilità ad Ici/IMU/TASI delle piattaforme petrolifere”. Come si vede, non v’è alcuna rinuncia del Comune alla assoggettabilità ad imposizione per le annualità successive all’anno 2015, non oggetto del contenzioso pendente. Vi è, anzi, il riconoscimento chiaro dell’assoggettabilità ad IMU e TASI delle piattaforme petrolifere. Il contenzioso riguardava, perciò, esclusivamente “gli avvisi di accertamento emessi in relazione alle annualità dal 1993/2015” (vedi lettera D dell’accordo). 2.4.Del resto, l’art. 2 dell’accordo stabilisce che “le parti, tenuto conto di quanto sopra, convengono di risolvere tutte le questioni tra esse pendenti in materia di Ici/IMU/TASI”. Pertanto, il riferimento specifico è alle “questioni pendenti”, tra le quali non può essere ricompreso il contenzioso relativo agli anni 2016-2019. 2.5.Anche l’art. 3 dell’accordo prevede che “le parti convengono così di definire tutte le controversie tra esse pendenti”. Anzi, al punto 3.3. dell’accordo si legge che “la società riconosce la sussistenza del debito impositivo ai fini Ici/IMU/TASI nei confronti del Comune di Pineto in relazione alle 4 piattaforme petrolifere”. L’accordo riguardava, dunque, esclusivamente le annualità 1993-2015, come emerge anche dal punto 3.8. dell’accordo ove si legge “il Comune dichiara altresì che, con l’ultimo dei suddetti versamenti, non avrà null’altro a pretendere a qualsiasi titolo nei confronti della società e di terzi…per le annualità Ici/IMU/TASI correnti dal 1993 all’anno 2015 compreso, e per quelle successive facendo salve future specificazioni normative, direttive ministeriali o principi giurisprudenziali della suprema Corte di cassazione”. Pertanto, tale paragrafo va correttamente interpretato nel senso che l’accordo conciliativo riguardava esclusivamente i periodi di imposizione dal 1993 al 2015, restando libero il Comune di determinarsi in relazione alle annualità successive. Si condivide sul punto la sentenza della Commissione tributaria provinciale per la quale l’accordo conciliativo è estraneo “all’odierna controversia, introdotta successivamente”. Del resto, aggiunge condivisibilmente l’ente locale che non poteva “certamente essere oggetto di accordo transattivo un potere indisponibile, quale è la futura potestà impositiva del Comune di Pineto”. Il contenzioso relativo agli anni 1993-2015 è stato definito con sentenza di cessazione della materia del contendere. 2.6. Gli avvisi di accertamento risultano correttamente motivati, seppure in modo molto sintetico, dando conto dei presupposti di fatto e di diritto sottesi all’imposizione. In tal senso si condivide la decisione della Commissione tributaria provinciale per la quale “l’avviso impugnato indica, sia pur in modo schematico, i presupposti di fatto ed i riferimenti normativi poste a base della pretesa”. Infatti, negli avvisi si dà atto che “nella determinazione dell’imposta dovuta si è tenuto conto dei criteri previsti dall’ art. 13, commi 4 e 5 del decreto-legge n. 201 del 2011 , convertito in legge n. 214 del 2011 e dall’art. 5, commi 1 , 3 , 5 e 6 del d.lgs. n. 504 del 1992 “. Inoltre, si indicano le imposte dovute per i singoli gli anni di imposizione, pari ad euro 1.667.494,46 per il 2016, 1.672.679,37 per il 2017, 1.680.985,34 per l’anno 2018 ed 1.732.088,73 per l’anno 2019. Va specificato che ulteriori avvisi di accertamento per i singoli anni di imposta sono stati emessi dal Comune di Pineto anche nei confronti della Edison s.p.a., con riferimento alle 4 piattaforme, per importi inferiori: euro 382.825,38 per l’anno 2016, euro 382.807,91 per l’anno 2017, euro 384.460,39 per anno 2018 ed euro 396.438,57 per l’anno 2019, in relazione alla compartecipazione. Per la Corte di cassazione, in tema di Ici, l’obbligo di motivazione dell’accertamento deve ritenersi adempiuto tutte le volte in cui il contribuente sia stato posto in grado di conoscere la pretesa tributaria nei suoi elementi essenziali e, quindi, a contestare efficacemente l’an ed il quantum dell’imposta. In particolare, il requisito motivazionale esige, oltre alla puntualizzazione degli estremi soggettivi ed oggettivi della posizione creditoria dedotta, soltanto l’indicazione dei fatti astrattamente giustificativi di essa, che consentano di delimitare l’ambito delle ragioni adducibili dall’ente impositore nell’eventuale successiva fase contenziosa, restando poi affidate al giudizio di impugnazione dell’atto le questioni riguardanti l’effettivo verificarsi dei fatti stessi e la loro idoneità a dare sostegno alla pretesa impositiva ( Cass., 11 marzo 2020, n. 6796 ; Cass., n. 26431 del 2017; Cass. n. 21571 del 2004). Inoltre, la motivazione può essere maggiormente sintetica nel caso in cui la pretesa impositiva sia basata sugli stessi dati dichiarati dal contribuente ( Cass., n. 6796 del 2020 , in motivazione, pagine 5 e 6). Resta pacifico che l’amministrazione non può produrre successivamente nuovi documenti a integrazione della motivazione, in quanto ciò che si risolverebbe nell’arbitrario allungamento dei termini dell’accertamento, oltre ad essere in contrasto con i principi sopra enunciati ( Cass. 14 dicembre 2016, n. 25709 ). Va però considerato, appunto, che nella specie gli avvisi di accertamento relativi agli anni 2016-2019 sono stati preceduti, non soltanto da una CTU predisposta nel procedimento avente ad oggetto gli avvisi di accertamento IMU relativi agli anni 1993-2015, ma anche dall’accordo stragiudiziale sopra richiamato, sicché è evidente che la società era a conoscenza di tutti gli elementi necessari per comprendere appieno il contenuto dei singoli avvisi di accertamento, provvedendo all’impugnazione analitica degli stessi. Peraltro, poiché le piattaforme petrolifere non erano iscritte in catasto, la stima dei beni poteva essere effettuata, non in via diretta, ma esclusivamente attraverso la documentazione contabile, ossia proprio quella documentazione che era in possesso della società e che è stata utilizzata dal Comune di Pineto. 3. Con il 2º motivo di impugnazione la società si duole “sul punto n. 8, circa il motivo subordinato relativo al quantum debeatur”; ossia “in subordine: violazione dell’ art. 5, comma 3, del d.lgs. n. 504 del 1992 “. Tale norma da ultimo citata prevede i criteri per determinare la base imponibile ai fini Ici di un fabbricato a destinazione speciale posseduto da imprese e iscrivibile in catasto nella categoria D, ma non ancora iscritto, disponendo che la base imponibile è determinata dal “valore costituito dall’ammontare, al lordo delle quote di ammortamento, che risulta dalle scritture contabili”. La società ha contestato l’inclusione nella base imponibile di ulteriori ignoti beni e/o l’utilizzo di erronei metodi di calcolo. La sentenza di prime cure ha rilevato che i conteggi utilizzati dal Comune non erano stati specificatamente contestati da parte convenuta che non aveva allegato un proprio conteggio di parte depurato dai denunciati errori contabili. Tra l’altro, il valore delle unità immobiliari doveva essere costituito “dall’ammontare, al lordo delle quote di ammortamento, che risulta dalle scritture contabili”. Per la società il Comune avrebbe tassato anche voci contabili che non si riferiscono ad alcun immobile, come costi assicurativi, i diritti immateriali ed altro. Il Comune nella costituzione in prime cure ha indicato specifiche voci di bilancio, che però erano state già defalcate in sede di conciliazione stragiudiziale per gli anni anteriori al 2016. Erano state eliminate le voci relative alle condutture sottomarine (sea lines), ai beni mobili ed ai costi per servizi. Non dovrebbero essere tassate, in particolare: a) i pozzi minerari sottomarini; b) le sealines; c) i titoli minerari, ossia i costi per l’acquisto delle concessioni minerarie; d) i beni mobili e i servizi; e) gli impianti e macchinari connessi alla piattaforma ma amovibili; in particolare per questi ultimi, sebbene siano stati tassati in sede di conciliazione delle liti sui tributi relativi agli anni 1993-2015, tuttavia dal 2016, in base all’ art. 1, comma 21, della legge n. 208 del 2015 , non sono più imponibili. In base ai calcoli dell’E., prodotti in giudizio, l’importo IMU per l’anno 2016 sarebbe di euro 278.077, per l’anno 2017 di euro 278.050; per l’anno 2018 di euro 279.074; per l’anno 2019 di euro 287.847. In caso di elisione anche degli impianti e dei macchinari, a partire dal 2016, l’importo dell’IMU sarebbe di euro 185.426 del 2016, di euro 185.419 del 2017, di euro 186.064 nel 2018 e di euro 191.957 2019. 4. Con il 3º motivo di impugnazione la società lamenta “sul punto n. 3, in tema di carenza di legittimazione attiva e potere accertativo del Comune di Pineto sui beni tassati “. La sentenza di prime cure si sarebbe limitato a riportare le decisioni della Corte di cassazione n. 13794 del 2005 e n. 3618 del 2016 . In realtà le piattaforme sarebbero al di fuori del territorio del Comune di Pineto. Le affermazioni della Corte di cassazione non sarebbero confortate da alcuna normativa. I comuni non avrebbero alcun potere impositivo al di fuori del proprio territorio. Inoltre, il fatto che beni siano infissi nel mare, che è demanio marittimo, non comporta che lo stesso sia “demanio comunale”. Non si comprende perché i comuni deriverebbero il potere dallo Stato ed in base a quale norma. I comuni peraltro non hanno poteri amministrativi sul mare analoghi a quelli che hanno nell’ambito della loro circoscrizione. Il criterio della “prospicienza” non sarebbe peraltro utile, trattandosi di criterio “relativo”, dipendendo da come “si volge l’osservatore”. Il decreto ministeriale 28 aprile 2022 ha stabilito, ai fini della potestà di accertamento, un criterio tecnico di collegamento che individua i comuni competenti su ciascuna piattaforma, risultando che per Squalo è competente il Comune di Roseto degli Abruzzi; per E.e C. è competente il Comune di silvi, mentre a Pineto spetta soltanto N. Il Comune di Pineto era dunque privo di legittimazione attiva rispetto ad alcune delle piattaforme accertate. Se si reputasse consentita l’imposizione di beni in mare da parte dei comuni, occorrerebbe aprire un incidente di costituzionalità per incompatibilità di tali norme con l’ art. 23 della costituzione . 5. Con il 4º motivo di impugnazione l’appellante deduce “sul punto n. 4 della sentenza, relativo alla carenza del presupposto oggettivo per l’applicazione dell’imposta”. Per la CTP le piattaforme petrolifere, in considerazione della loro peculiare struttura, costituiscono un bene immobile, in quanto stabilmente assicurate al suolo demaniale marino. Il presupposto dell’IMU è costituito dal possesso di fabbricati ubicati nel territorio dello Stato, escludendosi l’esistenza di una relazione tra iscrizione in catasto ed imponibilità, come confermato dall’ art. 5 del d.lgs. n. 504 del 1992 , in base al quale per determinate categorie di immobili non iscritti in catasto, e segnatamente quelli classificabili nel gruppo catastale D, il valore imponibile è determinato secondo i criteri contabili. Tra l’altro, ai sensi degli articoli 1 e 4 del regio decreto-legge n. 352 del 1939 devono essere accatastati tutti fabbricati e costruzioni sospese o galleggianti “stabilmente assicurate al suolo”. L’appellante contesta che la CTP ripropone quanto stabilito dalla cassazione con sentenza n. 3618 del 2016 . In realtà le piattaforme marine, giuridicamente, non sarebbero immobili, perché non sono impianti industriali incorporati dal suolo, ma, al più, nel fondo marino, “che non è suolo”. Inoltre, le piattaforme marine non sono suscettibili di essere accatastate, perché la legislazione catastale include nel nuovo catasto edilizio urbano e nel catasto dei terreni la sola terraferma. Tant’è vero che nessuna piattaforma petrolifera è stata mai accatastata. Nessun Comune ha mai chiesto ed ottenuto dai competenti uffici dell’Agenzia del territorio l’accatastamento di una piattaforma. Il suolo non va comunque confuso con il fondale marino e sarebbe carente, comunque, la natura di fabbricato. La giurisprudenza che prevede la tassabilità anche per gli immobili non iscritti in catasto, ma suscettibili di iscrizione, sarebbe minoritaria. Il mare non è mai stato considerato territorio ai fini della formazione del catasto. Ciò trova conferma nella circolare n. 6/T del 2012 . Del resto, la legge di stabilità n. 190 del 2014, all’art. 1, comma 244 , che si auto qualifica come norma di interpretazione autentica, ha attribuito valore di legge a quanto previsto in punto di istruzioni per l’accatastamento da tale circolare. In tale circolare si escludono le condotte petrolifere poste nei “fondali marini”, potendo essere tassati i canali adduttori delle acque per il funzionamento delle turbine delle centrali idroelettriche e le condotte petrolifere ubicate nel territorio dello Stato. Lo stesso bene, normalmente accatastabile se posto sulla terraferma, non lo è più dal momento in cui si trova sul fondale marino. Anche la risoluzione del Ministero dell’economia e delle finanze n. 3/DF del 1 giugno 2016 n. 24723 ribadisce che le piattaforme petrolifere marine non sono accatastabili. Ciò sarebbe desumibile anche dalla nota del 18 novembre 2008 dell’Agenzia del territorio, in quanto la mappa del catasto comprende il solo territorio nazionale e non è riportata nell’ordinamento di settore alcuna indicazione riguardante il mare territoriale. Tra l’altro le piattaforme non sarebbero idonee a produrre reddito proprio. Il catasto si occupa esclusivamente del “territorio”. 6. Con il 5º motivo di impugnazione si deduce “sul punto n. 2, sull’attitudine dell’IMPI a confermare l’interpretazione della disciplina IMU e TASI proposta dalla società”, che l’ art. 38 del decreto-legge n. 124 del 2019 , che introduce a partire dal 2020, il nuovo tributo, conferma non tassabilità delle piattaforme marine nei periodi per cui è causa. In realtà la nuova disciplina, contrariamente a quanto affermato dalla CTP, conferma che le piattaforme petrolifere sino al 2020 non sono tassabili. Per la prima volta dunque vengono tassati beni con caratteristiche diverse da quelle necessarie per l’imponibilità e Ici:a) posti al di fuori delle circoscrizioni comunali;b) non suscettibili di accatastamento;c) senza natura immobiliare. Il potere impositivo peraltro è in capo allo Stato non al Comune. I comuni sono destinatari di una parte del gettito e di un potere di accertamento. Il mare e oggetto di rilievi da parte dell’Istituto idrografico della Marina. 7. Con il 6º motivo di impugnazione l’appellante società lamenta “sul punto n. 6, sull’attitudine della normativa sui rigassificatori a confermare l’interpretazione della disciplina IMU e TASI proposta dalla società”. La nuova disciplina di cui all’ art. 1, comma 728, della legge n. 205 del 2017 , è norma eccezionale che riguarda solo i rigassificatori. Si tratta di una norma di natura interpretativa espressamente riferita rigassificatori, con impossibilità di interpretazione analogica. La nozione di fabbricato, dunque, include i “manufatti ubicati nel mare territoriale”, destinati all’esercizio dell’attività di gassificazione. Ciò trova conferma nella risposta del 20 settembre 2018 in sede di Commissione permanente, da parte di Fregolent, per il quale “deve preliminarmente osservarsi che la norma riguarda esclusivamente i rigassificatori, i quali però non possono essere equiparati per caratteristiche strutturali e funzionali alle piattaforme petrolifere nel cui novero rientrano anche quelli oggetto della QT in esame”. 8. Con il 7º motivo di impugnazione l’appellante si duole della sentenza di prime cure per “ulteriori conferme all’interpretazione della disciplina IMU e TASI proposta dalla società: la recente giurisprudenza di merito”. 9. Con l’8º motivo di impugnazione l’appellante deduce “sul punto n. 5, in tema di esenzione”, ribadendo che “le piattaforme, semmai fossero a casa stabili, non andrebbero accatastate nella categoria D/7, ma in E/3, e sarebbero pertanto esenti da IMU. Le piattaforme petrolifere costituiscono opere di pubblica utilità, nonché urgenti ed indifferibili, sicché dovrebbero essere accatastate nel gruppo E. Ciò troverebbe conferma nella circolare n. C3/18221 del 9 maggio 2000 del Ministero delle Finanze , in cui si prevede che “la normativa vigente riconosce la caratteristica di pubblica utilità alle opere necessarie per la ricerca, la coltivazione e la raccolta degli idrocarburi”. 10. Con il 9º motivo di impugnazione l’appellante deduce “ancora sul punto n. 4 della sentenza, in ordine alla natura di impianto e macchinario delle piattaforme”. L’ art. 1, comma 21, della legge n. 208 del 2015 , a partire dal periodo 2016, esclude da tassazione agli impianti tecnici, tra i quali vanno ricondotte le piattaforme per cui oggi è causa”. La sentenza ha rigettato il motivo di impugnazione in prime cure perché è escluso che le piattaforme potessero intendersi come “impianti o macchinari”, essendo immobili. In realtà, le piattaforme recano molteplici impianti e macchinari certamente suscettibili di essere defalcati dall’ammontare accertato. Nei bilanci societari possono figurare anche valori di impianti e macchinari dell’opificio, ma essi non concorrono alla rendita catastale, perché non fanno parte della nozione di fabbricato. In particolare nella nota IFEL (Istituto per la finanza dell’economia locale) dell’11 marzo 2016, intitolata “l’imponibilità Ici delle piattaforme petrolifere, alla luce della sentenza della Corte di cassazione n. 3618 del 24 febbraio 2016 “, prevede che “a decorrere dal 2016 le piattaforme petrolifere avranno una valorizzazione totalmente diversa”. Anche la risoluzione dell’Agenzia delle entrate n. 62/E del 9 agosto 2018 avrebbe ridefinito la nozione di fabbricato ai fini catastali. Si distingue ciò che è configurabile come costruzione, da includere nella stima catastale dell’unità immobiliare, dalle componenti impiantistiche. La circolare n. 2/E del 1 febbraio 2016 , nel definire la corretta applicazione dell’ art. 1 comma 21 del d.lgs. n. 208 del 2015 , rileva che tale disposizione esclude dalla stima catastale gli impianti. Tali componenti sono da escludere “indipendentemente dalla loro rilevanza dimensionale”. Del resto le piattaforme, nella loro interezza, dovrebbero essere definire impianti. In subordine, sarebbero da escludere le componenti tecniche impiantistiche per un importo dovuto a titolo di IMU complessivamente per gli anni 2016-2019 pari ad euro 748.866,00. Le piattaforme marine hanno natura di impianto non sono accatastate al pari delle torri eoliche. 11. Anzitutto, con riferimento al 3º motivo di impugnazione (lettera C, pagina 35) quanto alla legittimazione attiva del Comune di Pineto, si richiamano i principi ormai consolidati della Corte di cassazione. In particolare, la CTP ha richiamato sia la sentenza n. 13. 794 del 27 giugno 2005 della Corte di cassazione , in base alla quale il territorio nazionale comprende anche il mare territoriale, sia la sentenza n. 3618 del 2016 , per cui anche se il mare non è ricompreso tra i beni del demanio marittimo, tuttavia i beni infissi nel fondo del mare territoriale sono equiparabili a quelli del demanio marittimo, ai sensi dell’ art. 29 del codice della navigazione . Per la CTP, le strutture stabilmente infisse nel fondo del mare territoriale sono soggette al potere impositivo dell’ente territoriale di riferimento, avendo riguardo al criterio della prospicienza applicabile ratione temporis, con l’individuazione del punto di costa più vicino alla piattaforma in oggetto. Dovendosi anche tenere conto delle condotte delle strutture fisse a terra collegata la piattaforma. Il ragionamento del giudice di prime cure è del tutto condivisibile. 11.1. Nella prima sentenza pronunciata dalla Corte di cassazione proprio nella controversia tra il Comune di Pineto e l’E. S.p.A., n. 13. 794 del 27 giugno 2005 (poi seguita dalla sentenza della Corte di cassazione 30 settembre 2016, n. 19 .509), con riferimento agli anni dal 1993 al 1998, per imposizione Ici, si afferma inequivocabilmente che “sull’intero territorio dello Stato, ivi compreso il mare territoriale, convivono e si esercitano i poteri dello Stato contestualmente i poteri dell’ente regione e degli enti locali”. Si precisa, in modo altrettanto categorico, che “non è configurabile, quindi, che su una porzione del territorio inteso in senso lato su cui si esercita la sovranità dello Stato, non convivano i poteri delle autorità regionali e locali “. Altrimenti opinando si chiarisce che “nell’ipotesi di costruzione su palafitte nel mare territoriale, i comuni non avrebbero nessuna possibilità di esercitare le funzioni amministrative loro proprio”. Aggiunge poi la Corte di cassazione che “è sempre esistita una potestà dell’esercizio dei poteri degli enti locali nell’ambito del mare territoriale ecco non può che esserci coincidenza fra sovranità dello Stato e concorrente esercizio dei poteri degli enti regionali e locali, sarebbero comunque inconcepibili delle zone franche nelle quali mentre sussiste il potere dello Stato non sussiste il concorrente potere ai fini amministrativi degli enti locali e regionali”. Il territorio nazionale, dunque, “comprende, oltre la terraferma, anche il mare territoriale”. Si specifica anche che “il fatto che siano stati espressamente conferiti allo Stato determinati poteri autoritativi aventi ad oggetto attività che si svolgono sul mare territoriale può significare che si sia voluta impedire ad altre autorità amministrativa di esercitare il loro potere sul medesimo bene”. Sempre con analitica precisione si afferma che “è incontrovertibile che nella stessa circoscrizione territoriale statuale agisce anche il Comune, quale ente pubblico autonomo e autarchico, e che tutto il territorio della Repubblica è diviso in comuni, per cui non possono sussistere parti di territorio dello Stato italiano, e aggregati di persone viventi sullo Stato italiano, che non appartengano ad un comune”. Tale decisione si conclude nel senso della necessità di una “puntigliosa e precisa descrizione degli immobili che costituisce un presupposto necessario indispensabili ai fini del decidere”, con conseguente cassazione e rinvio al giudice di merito. La Ctr farà poi espletare una CTU al riguardo, le cui conclusioni sono riportate pacificante negli scritti delle parti. 11.2.I medesimi principi vengono ribaditi anche nella successiva sentenza della Corte di cassazione n. 3118 del 24 febbraio 2016 , sempre tra le medesime parti, ossia Comune di Pineto ed E.S.p.A., con riguardo agli anni dal 1993 al 1998. Si legge, infatti, nella motivazione che “il solo aspetto vincolante della stessa [sentenza n. 1374 del 2005] è la sconfessione della prima affermazione della Ctr nella parte in cui, in negativo, aveva affermato che le istallazioni nelle acque territoriali non sono soggette alla potestà dei comuni, il resto essendo attinente al vizio di motivazione”. 11.3. Sul punto non può incidere la nuova normativa che dal 2020 ha previsto espressamente la tassazione, con apposito tributo, delle piattaforme petrolifere. L’ art. 38 del decreto-legge 26 ottobre 2019, n. 124 , convertito con modificazioni nella legge 19 dicembre 2019, n. 157 (imposta immobiliare sulle piattaforme marine), prevede nel comma 1 che “a decorrere dall’anno 2020 è istituita l’imposta immobiliare sulle piattaforme marine (IMPI) in sostituzione di ogni altra imposizione immobiliare locale ordinaria sugli stessi manufatti. Per piattaforma marina si intende la piattaforma con struttura emersa destinata alla coltivazione di idrocarburi e sita entro i limiti del mare territoriale come individuato dall’ art. 2 del codice della navigazione “. Al comma 4 si prevede che “i comuni cui spetta il gettito dell’imposta derivante dall’applicazione dell’aliquota del 3 per mille sono individuati con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze di concerto con il ministro dell’interno, con il ministro della difesa e con il Ministro dello sviluppo economico, da emanarsi previa intesa in sede di conferenza stato- città ed autonomie locali entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto. Lo stesso decreto sono stabiliti criteri, le modalità di attribuzione e di versamento nonché la quota del gettito spettante comuni individuati”. È chiaro, dunque, che si tratta di una nuova imposta che “sostituisce” ogni altra imposizione immobiliare locale ordinaria sulle piattaforme petrolifere. Ciò significa che vi era una precedente tassazione da parte degli enti locali, ai fini Ici ed IMU, oltre che TASI. Trattasi, peraltro, di una norma nuova che entra in vigore nel periodo successivo a quello in contestazione, che attiene agli anni 2016-2019. Trova conferma anche il riferimento del gettito dell’imposta spettante ai comuni, oltre al principio della tassabilità delle piattaforme petrolifere. Il successivo decreto ministeriale 28 aprile 2022 del Ministero dell’economia e delle finanze , in attuazione dell’ art. 38 del decreto-legge n. 124 del 2019 non è stato giustamente tenuto in considerazione dalla CTP, in quanto successivo al periodo di imposta cui si riferisce l’accertamento impugnato, oltre che riferito ad un tributo che all’epoca non esisteva. Tra l’altro, il decreto ministeriale del 28 aprile 2022 riconosce comunque al Comune di Pineto la competenza sulla piattaforma Fratello Nord, anche se attribuisce al Comune di Roseto degli Abruzzi la piattaforma Squalo ed al Comune di silvi le piattaforme Fratello est 2 e Fratello Cluster. Non vi è alcuna lesione del principio di cui all’ art. 23 della costituzione , in quanto sono ben presenti tutti gli elementi essenziali dell’imposizione con riferimento ad Ici, IMU e TASI. La questione è dunque manifestamente infondata. 12. Il 4º motivo di appello, relativo alla carenza del presupposto oggettivo per l’applicazione dell’imposta, è anch’esso infondato. 12.1.Va condiviso, anche in questo caso, il ragionamento della CTP, in quanto le piattaforme petrolifere sono sicuramente beni immobili, proprio in ragione della loro natura, essendo costituite da una struttura in acciaio e da fondazioni realizzate mediante pali profondamente infissi nel fondale marino. Per la CTP “non può pertanto revocarsi in dubbio che la piattaforma oggetto di accertamento rappresenti un bene immobile”. Del resto, dalla consulenza tecnica di parte del Comune di Pineto, redatta dall’Ing. O., emerge proprio la natura immobiliare delle strutture; si chiarisce che “si tratta di 4 piattaforme fisse con struttura in acciaio e fondazioni realizzate mediante pali profondamente infissi nel fondale marino (e non di piattaforme galleggianti), collegate tra loro ed alla terra ferma con una serie di condotte sottomarine accoppiate in acciaio”. L’ art. 812 c.c. dispone che “sono beni immobili…gli edifici e le altre costruzioni, anche se unite al suolo scopo transitorio, e in genere tutto ciò che naturalmente o artificialmente e incorporato al suolo. Sono reputati immobili i mulini, i bagni e gli altri edifici galleggianti quando sono saldamente assicurati alla riva o all’alveo e sono destinati ad esserlo in modo permanente per la loro utilizzazione”. Per il consulente di parte dunque “le piattaforme fisse di cui trattasi sono certamente da considerare immobili secondo tale definizione in quanto si tratta di costruzioni stabili, saldamente incorporate al suolo mediante palificazioni profonde di fondazione, intestate al fondale marino”. 12.2. La CTP aggiunge che il presupposto dell’IMU è costituito dal possesso di fabbricati ubicati nel territorio dello Stato, esulando il problema della accatastabilità delle piattaforme, non esistendo una relazione tra iscrizione in catasto ed imponibilità. Anche su questo aspetto la CTP ha confermato l’orientamento della Corte di cassazione e, segnatamente, quanto affermato nella sentenza n. 3618 del 24 febbraio 2016 , nella controversia tra le medesime parti (Comune di Pineto ed E.). 12.3. Quanto al catasto, al fine di dimostrare che anche le piattaforme petrolifere marine debbano essere assoggettata al catasto, si riporta il contenuto dell’ art. 1 del regio decreto-legge 13 aprile 1939, n. 652 (aggiornamento generale dei fabbricati urbani, rivalutazione del relativo reddito e formazione del nuovo catasto edilizio urbano) prevede che “è disposta in tutto il regno l’esecuzione a cura dello Stato dell’accertamento generale dei fabbricati e delle altre costruzioni stabili non censite al catasto rustico, allo scopo di:1) accertare le proprietà immobiliari urbane e determinarne la rendita;2) costituire un catasto generale dei fabbricati e degli altri immobili urbani che si denomina nuovo catasto edilizio urbano”. Ai sensi dell’ art. 4 del regio decreto-legge n. 652 del 1939 “si considerano come immobili urbani i fabbricati e le costruzioni stabili di qualunque materiale costituite, diversi dei fabbricati rurali. Sono considerati come costruzioni stabili anche gli edifici sospeso galleggianti, stabilmente assicurati al suolo. Aggiunge l’ art. 5 del medesimo regio decreto-legge n. 652 del 1939 che “si considera unità immobiliare urbana ogni parte di immobile che, nello stato in cui si trova, è di per se stessa utile ed atta a produrre un reddito proprio”. L’ art. 10 del regio decreto-legge n. 652 del 1939 chiarisce infine che “la rendita catastale delle unità immobiliari costituite da opifici ed in genere dai fabbricati di quell’ art. 28 della legge 8 giugno 1936, n. 1231 , costruiti per le speciali esigenze di un’attività industriale o commerciale e non suscettibili di una destinazione estranea alle esigenze suddette senza radicali trasformazioni, è determinata con la stima diretta per ogni singola unità. Egualmente si procede per la determinazione della rendita catastale delle unità immobiliari che non sono raggruppabili in categorie e classi, per la singolarità delle loro caratteristiche”. Inoltre, ai sensi dell’ art. 1 della legge 2 febbraio 1960, n. 68 “sono organi cartografici dello Stato: Istituto geografico militare; Istituto idrografico della Marina; la sezione foto-cartografica dello Stato maggiore dell’Aeronautica; l’amministrazione del catasto e dei servizi tecnici erariali “. L’ art. 12 della legge n. 68 del 1960 , abrogato d.p.r. 29 settembre 2000 n. 367 , prevedeva la comunicazione delle variazioni cartografiche anche all’amministrazione del catasto. 12.4. Quanto all’IMU ed all’Ici, che l’ha preceduta, l’ art. 1, comma 2, del d.lgs. n. 504 del 1992 prevede che “presupposto dell’imposta è il possesso di fabbricati, di aree fabbricabili e di terreni agricoli, siti nel territorio dello Stato, a qualsiasi uso destinati, ivi compresi quelli strumentali o alla cui produzione e scambio è diretta l’attività dell’impresa”. 12.5. Da tale complesso quadro normativo la Corte di cassazione, nella sentenza n. 3618 del 2016 , ha desunto che “tutti i fabbricati siti nel territorio dello Stato sono imponibili, soggiacciono all’imposta Ici e non può considerarsi “condicio sine qua non” ai fini impositivi, la iscrizione catastale in mancanza di una correlazione normativa tra “imponibilità” e “accatastabilità”, essendo soggetti ad Ici tutti gli immobili, ancorché non accatastati e potendo essere determinata l’imposta in base ai criteri residuali, ove applicabili, previsti nel penultimo periodo del comma 3 dell’art. 6 del decreto-legge 11 luglio 1992, n. 33 “. Pertanto, in base alle norme esaminate, la Corte di cassazione ha ritenuto che “le piattaforme stabilmente assicurate al suolo demaniale marino debbono essere accatastate”. Aggiunge, poi, la Corte di cassazione che “le piattaforme petrolifere, così come le centrali a cui sono annesse, sono classificabili nella categoria D/7, svolgendosi operazioni qualificabili quali attività industriali (es.: trattamento preliminare degli idrocarburi) quali “fabbricati costruiti o adattati per le speciali esigenze di vita industriali e non suscettibili di destinazione diversa senza radicali trasformazioni”; in tal caso l’ art. 5 del d. lgs. 504 del 1992 prevede al n. 3 che, per i fabbricati classificabili nel gruppo catastale D, non iscritti in catasto, il valore è determinato secondo i dati contabili”. 12.6. Non è condivisibile, poi, l’argomentazione della società in ordine alla applicazione della circolare n. 6 del 2012 dell’Agenzia del territorio . Per l’appellante, infatti, proprio il contenuto di tale circolare, che fa espresso riferimento ai fondali marini, impedirebbe la tassazione ai fini IMU delle piattaforme petrolifere. L’ art. 1, comma 244 della legge 23 dicembre 2014, n. 190 (disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato-legge di stabilità 2015), stabilisce che “nelle more dell’attuazione delle disposizioni relative alla revisione della disciplina del sistema estimativo del catasto dei fabbricati… L’ art. 10 del regio decreto-legge 13 aprile 1939, n. 652 ,… si applica secondo le istruzioni di cui alla circolare dell’Agenzia del territorio n. 6/2012 del 30 novembre 2012 , concernente la determinazione della rendita catastale delle unità immobiliari a destinazione speciale e particolare: profili tecnico-estimativi”. La circolare n. 6 del 2012 , che va a chiarire il contenuto della sentenza n. 162 del 20 maggio 2008 della corte costituzionale , precisa che “i canali adduttori delle acque per il funzionamento delle turbine delle centrali idroelettriche, le condotte petrolifere o dei prodotti derivati o connesse ai sistemi di raffreddamento, utilizzate nelle centrali termoelettriche che, in ogni caso, devono essere rappresentata nella mappa catastale. Tale rappresentazione è prevista solo se dette componenti sono ubicate nel territorio dello Stato, con esclusione di quelle poste nei fondali marini, e la loro menzione nella stima prevista, proprio perché costituiscono impianti funzionali al processo produttivo”. Su tale questione, però, la Corte di cassazione ha precisato che la relativa circolare ” non trova applicazione per le piattaforme petrolifere, non menzionate nella citata circolare”. Tale circolare, infatti, “non fa riferimento alla piattaforme petrolifere, ma solo alle condotte petrolifere che sono ontologicamente diverse dalle prime. Le “condotte petrolifere” di cui alla circolare “normivizzata” devono essere rappresentata nella mappa catastale, cioè iscritte in catasto quando insistono sulla terraferma, “ma non devono esserlo quando si trovano sul fondo del mare”. 12.7. Chiarisce ancora la Corte di cassazione con la sentenza n. 3318 del 2016 che anche l’eccezione sollevata dalla società della contitolarità dei fabbricati e priva di fondamento. Infatti, è l’E. s.p.a., quale concessionaria esclusiva delle piattaforme, il solo soggetto imponibile, come si desume dall’art. 3, ultimo capoverso del d.lgs. n. 504 del 1992 (“nel caso di concessione su aree demaniali soggetto passivo è il concessionario”). Per la Corte di cassazione allora “anche il concessionario detentore delle piattaforme petrolifere è soggetto al pagamento dell’Ici, che inerisce al valore del bene e non alla produzione del reddito, in quanto la redditività deve essere riferita allo svolgimento di attività imprenditoriale-industriale e non alla diretta produzione di un reddito da parte della struttura. L’imposta colpisce il valore dell’immobile, utilizzato per la produzione del reddito, ma non il reddito, che oggetto di altre imposte. 13. Il 5º motivo di impugnazione è infondato. Sostiene l’appellante che proprio l’introduzione a partire da 2020 del nuovo tributo (IMPI) confermerebbe la non tassabilità delle piattaforme nel periodo antecedente. Correttamente la CTP ha ritenuto che “l’introduzione di un nuovo tributo, specifico per le piattaforme petrolifere offshore, non comporta affatto che le medesime strutture godessero in precedenza di un regime di totale esenzione dalle imposte patrimoniali immobiliari all’epoca previste”. Aggiunge che “al contrario, pur essendo stata prevista una differente ripartizione del gettito fiscale dallo Stato gli enti locali di riferimento, introduzione del tributo IMPI… Finisce proprio con il dimostrare che le piattaforme offshore sono ordinariamente tassabili”. Il ragionamento del giudice di prime cure è del tutto condivisibile. Vale sul punto quanto già affermato da questa corte di giustizia nel paragrafo 11.3. Pertanto, il fatto stesso che legislatore abbia inteso sottoporre ad imposta, seppure nuova, le piattaforme petrolifere, sta a significare che già in precedenza le stesse erano assoggettabili all’IMU. Anche la nuova imposta, peraltro, assegna parte del gettito ai comuni. I nuovi confini territoriali, segnati con il decreto ministeriale del 2022 non vanno ad impingere sulle annualità precedenti, fermo restando che tale decreto è stato oggetto di impugnazione da parte del Comune di Pineto e pende relativo giudizio dinanzi al Tar. 14. Il 6º motivo di impugnazione è infondato. La normativa sui rigassificatori non può certo trovare applicazione in materia di piattaforme petrolifere, stante l’eccezionalità della norma. L’ art. 1, comma 728, della legge 27 dicembre 2017, n. 205 (bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2018 e bilancio pluriennale per il triennio 2018-2000) dispone che “le disposizioni di cui al d.lgs. 30 dicembre 1992, n. 504, all’art. 13 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 … Si interpretano… Nel senso che per i manufatti ubicate nel mare territoriale destinati all’esercizio dell’attività di gassificazione del gas naturale liquefatto…aventi una propria autonomia funzionale e reddituale che non dipende dallo sfruttamento del sottofondo marino, rientra nella nozione di fabbricato assoggettabile ad imposizione la sola porzione del manufatto destinata ad uso abitativo e di servizi civili”. Vi sarebbe dunque una assoggettabilità di imposizione limitata, ossia “per la sola porzione del manufatto destinata ad uso abitativo di servizi civili”. In realtà trattasi disposizione eccezionale, insuscettibile di applicazione analogica, che riguarda esclusivamente i rigassificatori, e non le piattaforme petrolifere che svolgono altra e diversa attività. 15. Il 7º motivo è anch’esso infondato. La giurisprudenza di merito richiamata dalla società appellante non è idonea a travolgere principi di cui alla sentenza della Corte di cassazione n. 13. 794 del 2005 e n. 3318 del 2016, come peraltro evidenziato in modo diffuso in questa sentenza. 16. L’8º motivo è infondato, non rientrando le piattaforme petrolifere tra gli immobili beneficiare dell’esenzione, iscritti in catasto della categoria E/3. Sul punto la Corte di cassazione nella sentenza n. 3618 del 24 febbraio 2016 afferma testualmente che “gli unici immobili dichiarati esenti dall’imposta sono quelli indicati all’ art. 7 del d.lgs. 504 del 1992 , classificati o classificabili nelle categorie catastali da E/1 a E/9, nonché quelli rurali”. Al contrario, “le piattaforme petrolifere, così come le centrali a cui sono annesse, sono classificabili nella categoria D/7, svolgendosi operazioni qualificabili quali attività industriali (es.: trattamento preliminare degli idrocarburi) quali “fabbricati costruiti o adattati per le speciali esigenze di vita industriale e non suscettibili di destinazione diversa senza radicali trasformazioni “. Del resto, la circolare del 16 maggio 2006 n. 4 dell’Agenzia del territorio (modalità di individuazione classamento delle unità immobiliari urbane censibili nei gruppi speciale e particolare D ed E) stabilisce, con riferimento ai “ripetitori e impianti similari” che “rilevante importanza hanno assunto nel tempo anche le costruzioni tese ad ospitare impianti industriali mirati alla trasmissione o all’amplificazione dei segnali destinate alla trasmissione… Alla regolazione di parametri quali la portata della pressione dei fluidi (liquide gassosi), per l’uso civile o industriale, ovvero al trattamento delle acque reflue o dei rifiuti solidi. Dette attività ordinariamente sono tipiche di processi industriali o comunque produttivi e pertanto la categoria ad attribuire agli immobili che le ospitano è da individuare nel gruppo D”. Tra l’altro, l’ art. 2 comma 40 del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262 (disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria) stabilisce che “nelle unità immobiliari censite nelle categorie catastali E/1, E/2, E/3, E/4, E/5, E/6 ed E/9 non possono essere compresi immobili o porzioni di immobili destinati ad uso commerciale, industriale, ad ufficio privato ovvero ad usi diversi, qualora gli stessi presentino autonomia funzionale e reddituale”. Nella specie, è evidente l’uso industriale delle piattaforme petrolifere. 17. Il 2 ° ed il 9º motivo, che vanno trattati congiuntamente per evidenti ragioni di connessione, sono infondati, laddove intendono far rientrare le piattaforme tra gli impianti e di macchinari di cui all’ art. 1, comma 21, della legge n. 208 del 2015 . 17.1.Pure infondata appare la domanda subordinata di escludere dalla tassazione impianti accessori alle piattaforme. 17.2. Sulla distinzione tra piattaforme petrolifere e impianti, la Corte di cassazione con la sentenza n. 3618 del 2016 ritiene che le piattaforme petrolifere siano diverse dalle condotte petrolifere, e quindi dagli impianti. Infatti, “le condotte petrolifere fanno riferimento al trasporto “in condotta” degli idrocarburi generalmente su lunghe distanze”. Pertanto, “quando si parla di condotte sottomarine solitamente ci si riferisce a linee dedicate al trasporto del prodotto da una piattaforma a un terminale marino per il trattamento per successiva esportazione”, mentre “la piattaforma petrolifera è una struttura utilizzata per l’esplorazione di aree marine, ove sono locati potenziali giacimenti di idrocarburi”. 18. Più complessa è la questione relativa al corretto computo dell’IMU. 18.1.Deve muoversi dall’assunto che le piattaforme petrolifere sono prive di rendita catastale, pur essendo assoggettabili all’iscrizione al catasto, quali edifici della categoria D/7. Ciò comporta l’applicazione dell’ art. 5, comma 3, del d.lgs. 30 dicembre 1992, n. 504 , il quale prevede che “per i fabbricati classificabili nel gruppo catastale D, non iscritti in catasto, interamente posseduti da imprese e distintamente contabilizzati, fino all’anno nel quale i medesimi sono iscritti in catasto con attribuzione di rendita, il valore è determinato, alla data di inizio di ciascun anno solare ovvero, se successiva, alla data di acquisizione, secondo i criteri stabiliti nel penultimo periodo del comma 3, dell’art. 7 del decreto-legge 11 luglio 1992, n. 333 , convertito, con modificazioni, dalla legge 8 agosto 1992, n. 359 , applicando i seguenti coefficienti:…”. L’ art. 7, comma 3, del decreto-legge 11 luglio 1992, n. 333 (misure urgenti per il risanamento della finanza pubblica) stabilisce che “per le unità immobiliari classificate o classificabili nel gruppo D possedute nell’esercizio di impresa, il valore è costituito dall’ammontare, al lordo delle quote di ammortamento, che risulta dalle scritture contabili applicando per ciascun anno di formazione dello stesso i seguenti coefficienti…”. 18.2.Pertanto, la stima delle piattaforme petrolifere non può avvenire in forma diretta, ma esclusivamente in base ai valori contabili. Ditalchè, fino al momento della richiesta dell’attribuzione della rendita catastale, il valore è determinato: alla data di inizio di ciascun anno solare ovvero, se successiva, alla data di acquisizione; sulla base dell’ammontare (costo storico di acquisto o di costruzione), al lordo delle quote di ammortamento, che risulta dalle scritture contabili, secondo i criteri stabiliti nell’art. 3, comma 3, penultimo periodo del decreto-legge n. 333 del 1992 , convertito in legge n. 359 del 1992 ; applicando per ciascun anno di formazione gli appositi coefficienti di adeguamento, aggiornati ogni anno con decreto del Ministero dell’economia e delle finanze. In base alla circolare del Ministero dell’economia e delle finanze del 28 marzo 2013, n. 6/DF . Il costo di acquisto o di costruzione rilevante va inteso come valore iscritto in bilancio ovvero: il costo originario di acquisto o di costruzione, comprensivo del costo del terreno; i costi incrementativi sostenuti; le rivalutazioni previste da specifiche disposizioni di legge; le rivalutazioni effettuate dalle imprese di assicurazione ( art. 36 della legge 10 giugno 1978 n. 295 ); le rivalutazioni economiche comunque effettuate; delle valutazioni effettuate in sede di fusione. Tutto ciò come risultante dalle scritture contabili al 1° gennaio dell’anno in riferimento al quale è dovuta l’IMU. Del resto, la Corte costituzionale, con la sentenza n. 67 del 24 febbraio 2006 (prima ancora vedi Corte Cost. n. 62 del 2006) ha chiarito, con riferimento ai fabbricati di cui al gruppo catastale D, che, in mancanza della stima diretta, “si è preferito il criterio…del costo rivalutato di acquisizione del bene ricavabile dalle scritture contabili, in luogo di quello basato sulla rendita presunta, di più difficile applicazione”. Ciò trova conferma, sempre per la Corte costituzionale, “anche dalla relazione governativa d.lgs. n. 504 del 1992 , che ha giustificato tale scelta in ragione della estrema difficoltà di attribuire in tempi ragionevolmente brevi ai numerosi fabbricati di gruppo D la rendita catastale la quale, come noto, si basa su stima diretta. Tale differenziazione della disciplina della base imponibile, fra beni iscritti in catasto ebbene non iscritti, non era pertanto irragionevole rientrava nell’ambito delle legittime scelte del legislatore. Era stata infatti sollevata questione di legittimità costituzionale proprio con riferimento all’ art. 5, commi 3 e 4 , e all’ art. 11, comma 1, del d.lgs. n. 504 del 1992 , in relazione fabbricati privi di rendita catastale censiti nel gruppo D/8, in cui l’Ici era dovuta in base al costo di acquisto risultante dalle scritture contabili e rivalutato annualmente. 18.3. Non può trovare applicazione allora la norma invocata dalla società, ossia l’ art. 1 comma 21 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 (disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato), in ordine alla imposizione degli “imbullonati”. Tale disposizione prevede che “a decorrere dal 1 gennaio 2016, la determinazione della rendita catastale degli immobili a destinazione speciale e particolare, censibili nelle categorie catastale dei gruppi D e E,è effettuata, tramite stima diretta, tenendo conto del suolo e delle costruzioni, nonché degli elementi ad essi strutturalmente connessi che ne accrescono la qualità e l’utilità, nei limiti dell’ordinario apprezzamento. Sono esclusi dalla stessa stima diretta macchinari, congegni, attrezzature ed altri impianti, funzionali allo specifico processo produttivo”. Ai sensi del comma 22 del medesimo art. 1, della legge n. 208 del 2015 , poi, si prevede che “a decorrere dal 1 gennaio 2016, gli intestatari catastali degli immobili di cui al comma 21 possono presentare atti di aggiornamento ai sensi del regolamento di cui al decreto del ministro delle finanze 19 aprile 1994, n. 701 , per la determinazione della rendita catastale degli immobili già censiti nel rispetto dei criteri di cui al medesimo comma 21 “. È noto il dibattito giurisprudenziale che si è formato in ordine alla individuazione degli “imbullonati”, soprattutto in relazione alla tassabilità delle torri eoliche. 19. L’orientamento interpretativo consolidatosi in sede di legittimità è nel senso che: “Ai fini del calcolo della rendita catastale dell’impianto eolico, ai sensi della L. n. 208 del 2015, art. 1, comma 21 , non va computata la torre in acciaio che sostiene il peso della navicella e del rotore, trattandosi di elemento funzionale allo specifico processo produttivo, dovendo il giudice di merito accertare se la torre eolica, benché stabilmente infissa al suolo, assolva, oltre alla funzione passiva di sostegno al pari di un traliccio di una linea elettrica e, quindi, di mero supporto statico, anche quella di componente attiva ed essenziale per la produzione di energia” ( Cass., 10 maggio 2023, n. 12482 ; Cass. n. 1010/21; nello stesso senso: Cass. nn. 20726/20; 21287/20; 21460/20). 19.1.I passaggi fondamentali di questo indirizzo possono così riassumersi: – la disposizione sopravvenuta si colloca entro un quadro normativo di rilevanza catastale segnato dalla nozione di “immobile urbano” ( R.D.L. n. 652 del 1939, art. 4) , di “unità immobiliare” ( D.M. 2 gennaio 1998, n. 28, art. 2, comma 3) e di “costruzione stabile” comunque connessa al suolo, e come tale già ritenuta rilevante nella determinazione di rendita ( D.L. n. 44 del 2005, art. 1 quinquies , conv. in L. n. 88 del 2005 , con riguardo alle centrali elettriche); – alla luce di questo quadro normativo, già valutato dalla Corte costituzionale ( C. Cost. n. 162/08 ), si è ritenuto che tanto le pale eoliche quanto le turbine, così come ogni altro elemento non separabile (anche se fisicamente amovibile) senza pregiudizio dalla funzione precipua di generazione energetica, dovessero rilevare ai fini della rendita dei parchi eolici e delle centrali elettriche, da accatastarsi in categoria D1-Opifici (Cass. nn. 4028/12, 24815/14, 32861/19 e molte altre), il che ha trovato ulteriore conferma nella Circolare 6/2012 dell’Agenzia del Territorio (“Determinazione della rendita catastale delle unità immobiliari a destinazione speciale e particolare: profili tecnico-estimativi”), non in sé, ma in quanto legislativamente richiamata e recepita dalla L. n. 190 del 2014, art. 1, comma 244 (L. stabilità 2015); – questo quadro è stato inciso (con effetto dal 2016) dalla L. stabilità n. 208 del 2015 cit., art. 1, comma 21, su riportato, il quale, con una tecnica legislativa “per esclusione”, descrive, nella sua prima parte, le caratteristiche di bene immobile o parte integrante di esso (suolo, costruzioni ed altri elementi ad essi strutturalmente connessi), che ne accresce l’utilità ed il valore, per poi escludere, nella sua ultima parte, tutte quelle componenti che sono funzionali al processo produttivo (macchinari, congegni, attrezzature, impianti), meglio e più brevemente noti con la denominazione di “imbullonati”; sicché “la scelta legislativa è quindi quella di sottrarre dal carico impositivo del tributo locale il valore delle componenti impiantistiche secondo un criterio distintivo che privilegia la destinazione ad attività produttive dei settori della siderurgia, manifattura, energia indipendentemente dalla natura strutturale e dalla rilevanza dimensionale del manufatto che fosse o meno infisso al suolo” (così Cass. n. 20726/20 cit.); – l’amministrazione finanziaria ha emanato, in applicazione della legge del 2015, varie disposizioni interne ( Circolare 2/E del 1 febbraio 2016 ; Nota Direzione Centrale Catasto n. 60244 del 27 aprile 2016; Circolare n. 27/E del 13 giugno 2016) con le quali ha inteso includere le strutture di sostegno e le torri degli aerogeneratori delle centrali eoliche (siccome aventi i caratteri della solidità, della stabilità, della consistenza volumetrica, nonché della immobilizzazione al suolo) tra le “costruzioni” e, come tali, quindi, da considerare nella stima diretta finalizzata alla determinazione della rendita catastale della centrale eolica; – questa conclusione di prassi non è condivisibile in quanto in contrasto con la nozione che invece emerge dalla L. n. 208 del 2015, art. 1, comma 21 , di macchinari, congegni, attrezzature ed altri impianti, funzionali e strutturali allo specifico processo produttivo e sottratti al regime fiscale, la quale ” prescinde dal fatto che i manufatti siano o meno infissi stabilmente al suolo, essendo invece essenziale il loro impiego nel processo produttivo. E’ irrilevante la consistenza fisica della costruzione, ciò che interessa è il rapporto di strumentalità rispetto al processo produttivo. (…) E’, quindi, ben possibile che un elemento strutturalmente connesso al suolo o alla costruzione che ne accresce la qualità o l’utilità debba essere espunto dalla valutazione catastale in ragione della sua specifica funzionalità rispetto al processo produttivo” (Cass. n. 20726/20 cit.); – va dunque ritenuto che la torre eolica, benché stabilmente infissa al suolo, assolva per sua natura, oltre alla “funzione passiva di sostegno al pari di un traliccio di una linea elettrica” e, quindi, di mero supporto statico, anche quella di “componente essenziale ed attiva della macchina, che svolge una funzione di contrasto della forza impressa dal vento sulle pale, al fine di consentire alle pale di offrire la massima resistenza possibile e al generatore di sfruttare la potenza del vento per generare così l’energia elettrica” (Cass., n. 21462 del 2020, cit.), con conseguente sua esenzione dal carico impositivo, al pari del rotore e della navicella. 20. Pertanto, trattandosi nella specie di stima in base ai valori contabili, e non di stima diretta non può trovare applicazione la norma invocata dalla società appellante. 21. Non può dunque essere esclusa dal conteggio la parte impiantistica, come del resto emerge anche dalla risoluzione del Ministero dell’economia e delle finanze n. 8/DF del 16 dicembre 2020 , relativa all’interpretazione dell’ art. 38, comma 1, del decreto legge n. 124 del 2019 , in materia di IMPI. Si trattava di determinare e di individuare “gli elementi che compongono la piattaforma marina da considerare ai fini della determinazione della base imponibile”. L’ art. 38, comma 2, del decreto-legge n. 124 del 2019 prevede che “La base imponibile è determinata in misura pari al valore calcolato ai sensi dell’ art. 5, comma 3, del d.lgs. 30 dicembre 1992, n. 504 , richiamato dall’ art. 13, comma 3, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 , convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214 “. A norma dell’ art. 1, comma 782, della legge 27 dicembre 2019, n. 160 il rinvio all’ art. 13, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 , convertito con modificazioni dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214 , “deve intendersi riferito alle disposizioni della medesima legge n. 160 del 2019 sulla riforma dell’IMU “. Precisa, infatti, l’ art. 1, comma 782 della legge 27 dicembre 2019, n. 160 che “782. Restano ferme le disposizioni recate dall’ art. 1, comma 728, della legge 27 dicembre 2017 , n. 205, nonché dall’art. 38 del decreto-legge 26 ottobre 2019, n. 124 , in ordine al quale il rinvio al citato art. 13 del decreto-legge n. 201 del 2011 deve intendersi riferito alle disposizioni della presente legge sulla riforma dell’IMU”. Trova dunque applicazione il comma 746 dell’art. 11 della legge n. 160 del 2019 in base al quale “per i fabbricati classificabili nel gruppo catastale D, non iscritti in catasto, interamente posseduti da imprese e distintamente contabilizzati, fino al momento della richiesta dell’attribuzione della rendita il valore è determinato, alla data di inizio di ciascun anno solare ovvero, se successiva, alla data di acquisizione, 2º i criteri stabiliti nel penultimo periodo del comma 3 dell’art. 7 del decreto-legge 11 luglio 1992, n. 333 , convertito, con modificazioni, dalla legge 8 agosto 1992, n. 359 , applicando i coefficienti ivi previsti, da aggiornare con decreto del Ministero dell’economia e delle finanze”. Pertanto, in base a tale risoluzione, “è solo a questo valore contabile che si deve far riferimento per determinare la base imponibile delle piattaforme marine ai fini IMPI, senza la possibilità di scomputare la parte impiantistica”. Con ancora più chiarezza si specifica che “diversamente da quanto sostenuto nel quesito, per le piattaforme marine soggette a IMPI non può ritenersi applicabile il disposto dell’ art. 1, comma 21 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 (cosiddetta norma sugli imbullonati) dal momento che tale disposizione riguarda esclusivamente il procedimento per la determinazione della rendita catastale degli immobili a destinazione speciale e particolare, censibili nelle categorie catastale dei gruppi D ed E, mentre le piattaforme in esame non sono suscettibili di accatastamento”. 22. Perdono di rilevanza, dunque, alla stregua di tali argomentazioni, in relazione all’assenza di una stima diretta, ma esclusivamente per valori contabili, gli altri elementi di fatto indicati dalla società appellante. Si fa riferimento ai prospetti nel quale sono indicate anche spese relative alla sostituzione di pannelli solari o alla realizzazione del sistema “SPURGO”, con riferimento alle varie piattaforme. 22.1. Del resto per la Corte di cassazione i metanodotti non vanno ricompresi nel gruppo E, esente da Ici, per la connotazione pubblicistica, in quanto gli immobili rientranti nel gruppo E sono indicate in maniera analitica e specifica, con un metodo casistico che non legittima una estensione a tutti gli immobili di rilevanza pubblica ( Cass. 15 settembre 2008, n. 23608 ). 22.2. Nell’interrogazione n. 5-08070 Paglia nel question time del parlamento si limita ad evidenziare che la questione dell’assoggettabilità all’IMU e all’Ici delle piattaforme petrolifere presenta diverse problematiche “che non appaiono risolvibili in via interpretativa attraverso la semplice applicazione dei principi della sentenza n. 3118 del 2016 , la cui soluzione, invece, andrebbe ricercata in via normativa”. In realtà, come detto, l’interpretazione sistematica della normativa induce a ritenere la tassabilità delle piattaforme petrolifere, nella loro interezza, utilizzandosi il criterio del valore contabile. 22.3. Inoltre, anche la risoluzione n. 3/DF del 1 giugno 2016 n. 24723 del Ministero dell’economia e delle finanze , laddove prevede che “si deve concludere che per applicare i criteri di calcolo del valore contabile di cui al menzionato art. 5, comma 3, del d.lgs. n. 504 del 1992 occorrono specifico intervento normativo atto a consentire non solo il censimento delle costruzioni…site nel mare territoriale…ma anche l’ampliamento del presupposto impositivo dell’IMU e della TASI”, viene superata dai ragionamenti sopra esposti. 22.4. Ciò vale anche per la nota del 21 dicembre 2005 dell’Agenzia del territorio per la quale “si comunica che per le piattaforme petrolifere a seguito installate nel mare territoriale, mancano i presupposti oggettivi per l’iscrivibilità in catasto, come meglio chiarito dalla nota n. C3 18221 della superiore direzione centrale cartografia e catasto che si allega alla presente”. 22.5. Il medesimo ragionamento vale anche in relazione alla nota del 18 novembre 2008 dell’Agenzia del territorio ove si conclude che “le piattaforme petrolifere non sono oggetto di inventariazione negli atti del catasto”. 22.6. Pure superata appare la nota del 9 maggio 2000 n. 4704, in cui si legge che “la normativa catastale prevede che le costruzioni di utilità pubblica siano inquadrate nel gruppo degli immobili a destinazione particolare (gruppo E)”. 22.7. Del pari non rilevante e la risposta al question time di Fregolent del 20 settembre 2018 ove si legge che “questo orientamento interpretativo è stato condiviso dalla Commissione tributaria di Forlì che ha comunque ritenuto di non dover seguire l’orientamento espresso dalla suprema Corte di cassazione e, quindi, di escludere dalla tassazione le piattaforme petrolifere antistante il territorio comunale di Cesenatico” 22.8. La stessa sorte per la circolare n. 2/E dell’Agenzia delle entrate del 1 febbraio 2016 , che concerne il 2º periodo dell’ art. 1 comma 21 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 , ove si afferma che gli “altri impianti” sono quelli che assolvono specifiche funzioni nell’ambito di un determinato processo produttivo e che non conferiscono all’immobile una utilità apprezzabile e che “sono pertanto da escludere dalla stima, indipendentemente dalla loro rilevanza dimensionale”. Del medesimo tenore è la risoluzione n. 62/E del 9 agosto 2018 dell’Agenzia delle entrate , che distingue tra costruzione, da includere nella stima catastale dell’unità immobiliare, e ciò che è riconducibile alla parte impiantistica. 22.9. Anche la nota di commento dell’IFEL dell’11 marzo 2016 prevede che “a decorrere dal 2016 le piattaforme petrolifere avranno una valorizzazione totalmente diversa, dovendosi escludere dalla rendita tutti gli impianti funzionali al processo produttivo, così come previsto dall’ art. 1, comma 21 della legge n. 208 del 2015 . È evidente che nel caso di accatastamento, la rendita proposta (se rimarrà qualcosa da accatastare con le nuove disposizioni) risulta notevolmente inferiore al valore risultante dalle scritture contabili”. 23. Va rigettato l’appello incidentale proposto dal Comune in relazione all’accoglimento del motivo di ricorso attinente alle sanzioni. Correttamente il giudice di prime cure ha accolto tale motivo di ricorso, in quanto può essere esclusa la colpevolezza della società proprio in ragione della estrema complessità della normativa di riferimento, oltre che delle intervenute modificazioni normative. 24.La novità e la complessità delle questioni trattate impone la compensazione integrale delle spese, sia in prime cure, sia nella fase di gravame. P.Q.M. rigetta l’appello principale. Rigetta l’appello incidentale. Compensa interamente tra le parti le spese del giudizio di appello.